La Dom penzionera di Bihać era una casa di riposo pianificata nella Jugoslavia degli anni ’70 e mai terminata. “La posizione dell’edificio, scelta con cura nel centro della città e sulla riva del fiume Una, noto per la sua eccezionale bellezza, le correnti color smeraldo e la capacità di “calmare i nervi”, era stata considerata particolarmente appropriata per la vecchiaia dei lavoratori socialisti. […] D’altra parte, la vicinanza al centro della città dove si svolgeva la vita urbana garantiva che gli anziani lavoratori socialisti non sarebbero stati isolati e soli, ma che potevano ancora partecipare alla vita della città, incluso uscire per un caffè, fermarsi per chiacchiere e scambiare notizie con altri cittadini”.

Le cose sono andate molto diversamente. L’edificio ha seguito le sorti di abbandono di molti altri con lo scoppio della guerra in Bosnia nel 1992, quando già versava in cattive condizioni perché la costruzione era stata interrotta e la manutenzione trascurata. Non è stato toccato dai processi di privatizzazione e vendita della cosiddetta “transizione”. Così il degrado si è accentuato e tra il 2015 e il 2016 è stato occupato da “giovani disoccupati, impoveriti, delusi” che l’hanno trasformato in uno spazio di ritrovo.

Dal marzo 2018, quando Bihać è diventata punto nevralgico della “rotta balcanica”, la Dom penzionera ha ospitato migliaia di migranti, in condizioni antigieniche, pericolose e di estremo degrado.

Diventando simbolo delle diverse “transizioni” che hanno prodotto emigrati bosniaci e nuove persone in movimento.

Dal giugno 2019, è iniziata una serie di spostamenti forzati da case, edifici, fabbriche abbandonate e dalla Dom penzionera, che si era trasformata in uno dei tanti squat nei quali le persone vogliono o sono costrette a stare. Succede infatti che persone in movimento decidano di non accettare la sistemazione istituzionale nei Temporary Reception Centre, scegliendo un riparo fuori dal “sistema dei campi”, e provocando così la reazione delle istituzioni che periodicamente fanno sgomberi forzati di chi poi in molti casi comunque ritorna.

È accaduto anche nella Dom penzionera. Nell’aprile 2021 sono state allontanate e trasferite a Lipa circa 300 persone, a inizio maggio 242, e l’edificio è stato sigillato dopo aver svuotato, ripulito e buttato via tutto ciò che vi era all’interno. Secondo gli attivisti di No Name Kitchen “più di 150 sono tornati a Bihać. Poiché i loro oggetti e i loro ripari non ci sono più, devono andare altrove. Molti di loro non hanno alternative che stare fuori nelle aree boschive a sud di Bihać, conosciute come la giungla”.  Il 28 maggio 2021 da quelle aree 255 persone, per la maggior parte provenienti da Afghanistan e Pakistan, sono state trasferite a Lipa. Altre sono riuscite a scappare. Nella vasta area sono rimaste le tende, le strutture improvvisate, scarpe, indumenti e cibo.

Il 14 giugno sono state sgombrate altre persone dalla Bimes, ex “fabbrica della carne di Bihać”, l’edificio è stato ripulito e recintato per evitare il rientro dei migranti.

Anche l’ex fabbrica abbandonata Krajinametal sarà probabilmente sgomberata, politici locali e cittadini hanno protestato nei primi giorni di giugno davanti all’edificio in rovina chiedendo di trasferire a Lipa le persone che si trovano all’interno. Da oltre due anni anche questo edificio – che era sede di un’industria siderurgica jugoslava – è occupato da persone in transito.

– Hromadžić, Azra. 2019. “Uninvited Citizens: Violence, Spatiality and Urban Ruination in Postwar and Postsocialist Bosnia and Herzegovina.” Third World Thematics 4, no. 2/3: 114–136.

– Hromadžić, Azra, 2020. “Notes from the Field: ‘Migrant Crisis’ in Bihać, Bosnia and Herzegovina.” Movements: Journal for Critical Migration and Border Regime Studies 5, no. 1: 163–80.