Marco Buttino da diversi anni segue le vicende dei braccianti africani che lavorano alla raccolta della frutta nel Saluzzese.
“Circa 3.500 lavoratori africani vengono nel Saluzzese ogni estate. La gran maggioranza di loro è ospitata direttamente dalle aziende (dove dormono e lavorano), gli altri dormono in container (accoglienze diffuse sul territorio), alcuni condividono alloggi, una parte di loro resta a dormire all’aperto”.
L’opuscolo KLICK – che si può leggere qui – tratta di questo sulla base di interviste ai migranti.
A fine luglio 2026 è avvenuto lo smantellamento della tendopoli diSan Ferdinando. Per ora poco più di cento migranti sono stati trasferiti provvisoriamente negli alloggi delle palazzine di contrada Serricella a Rosarno, di cui abbiamo parlato qui,
L’impressione che si ha di fronte all’iniziativa è quella che viene descritta dal famoso detto dell’elefante che partorisce il topolino.
Hanno assistito infatti all’operazione il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (qui l’intervista con le immagini delle ruspe che distruggono le baracche), e molti altri rappresentanti di varie istituzioni, i quali con grande enfasi l’hanno presentata come una svolta definitiva rispetto alle politiche del passato.
In realtà risulta
– paradossalmente modesta nel numero delle persone coinvolte,
– discriminatoria nei criteri che vengono indicati per l’assegnazione delle abitazioni (tra cui l’esclusione proprio degli stagionali, la componente più rilevante dei lavoratori agricoli presenti sul territorio),
– preoccupante per la spiccata natura sicuritaria del progetto inserito com’è nel quadro del decreto Caivano bis, e per la scarsa visione rispetto alle prospettive future in cui l’assenza di percorsi certi e condivisi con i lavoratori e le associazioni presenti sul territorio rischia di riprodurre processi di marginalità e ghettizzazione.
Riportiamo due stralci tratti da due articoli de “L’Avvenire” e de “Il Manifesto” che sintetizzano in modo efficace le questioni da noi sollevate:
“In primo luogo dobbiamo ricordare che quello di questi giorni è il quinto sgombero dei braccianti in 16 anni […] Ora con l’ultimo sgombero circa 120 braccianti hanno finalmente un tetto, ma dobbiamo ricordare che le 6 palazzine, realizzate dalla Regione con 3 milioni di fondi europei, sono pronte dal 2019 ma mai utilizzate. Eppure il Pnrr aveva destinato ben 10 milioni per superare i ghetti nei territori di San Ferdinando, Rosarno e Taurianova. Ma non si è fatto nulla e i fondi sono andati persi. Ora si dovrebbero usare i 20 milioni del Decreto Caivano bis destinati al risanamento delle “periferie”. Si prevede la costruzione di una Fattoria Solidale con 200 posti [dove saranno successivamente trasferiti i 120 braccianti], ma sarà pronta solo tra un anno e mezzo. Tra un paio di mesi cominceranno ad arrivare centinaia, e forse più, braccianti stagionali per la raccolta degli agrumi e delle olive. Dove alloggeranno?” (L’Avvenire, 30/7/2026, Antonio Maria Mira).
“Le realtà associative riunite nel Patto territoriale della Piana di Gioia Tauro denunciano la mancanza di un censimento serio. A rischio soprattutto i vulnerabili, coloro che hanno contratto psicopatologie proprio a causa delle condizioni immonde in cui hanno lavorato e vissuto nella favela. Loro nelle palazzine non hanno accesso e i governanti non ne parlano” (Il Manifesto, 1/8/2026).
Per comprendere lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura, l’articolo sostiene che può essere utile ampliare la prospettiva, andare oltre l’attenzione al caporalato. Le testimonianze di imprenditori, sindacalisti e cooperative nelle ricche terre delle Langhe (Piemonte) illustrano problemi strutturali che incoraggiano molte aziende a rivolgersi ad intermediari per reclutare i lavoratori non-specializzati, in forme e modi che in certi casi producono sfruttamento.
Lo spopolamento delle campagne e il rapido aumento della prosperità, nonché l’aumento degli ettari impiantati a vigne, hanno creato una situazione in cui gran parte della manodopera non qualificata proviene da fuori le Langhe e quindi tende a non avere legami sociali con la comunità locale. Al di là della nazionalità dei lavoratori, questa situazione costituisce un rapporto particolare con il datore di lavoro finale, che non ha stipulato un contratto con il lavoratore, probabilmente non sa quanto sia pagato, controlla il lavoro tramite l’intermediario. Mancano quindi i legami sociali diretti e indiretti tra lavoratore e datore di lavoro.
La forza di figure intermediarie sta nella capacità di risolvere i problemi intrinseci di una forza lavoro stagionale non-locale, che ha bisogno di abitazione e trasporto al lavoro, affrontando allo stesso tempo i problemi dell’assunzione. Tutti i nostri interlocutori hanno condannato l’inadeguatezza dei decreti flussi, in termini numerici e di burocrazia, ma anche la normale assunzione tramite il CPI non è adatta a una forza lavoro stagionale che richiede ripetuti contratti di breve durata. Mentre in passato questi problemi erano spesso risolti dall’assunzione diretta (magari in nero) di persone locali (pensionati, casalinghe, studenti) adesso intermediari vari forniscono la gestione dell’assunzione e buona parte del controllo del lavoro.
Data questa esigenza strutturale di intermediari, è improbabile che la condanna di qualche caporale possa cambiare a fondo le condizioni di lavoro dei braccianti. È necessario capire i fattori strutturali sottesi alle azioni delle parti.
La Fao nel 2025 segnalava che 6 specie ittiche delle 11 considerate nei mari dell’Africa Nord Occidentale risultavano overexploited, e le restanti 5 fully exploited. Il dato si spiega non solo con l’intensità dello sfruttamento in corso, ma anche con la presenza di un sistema opaco di concessione delle licenze, in particolare alle grandi flotte.
Uno studio che attraverso immagini satellitari, dati GPS delle imbarcazioni e modelli di deep learning ha mappato le attività delle navi industriali e le infrastrutture energetiche offshore nelle acque costiere di tutto il mondo dal 2017 al 2021, ha scoperto che il 72-76% dei pescherecci industriali del mondo non è monitorato pubblicamente e che gran parte di queste attività di pesca si svolge intorno all’Asia meridionale, al Sud-est asiatico e all’Africa.
Le esportazioni e la trasformazione dei piccoli pesci pelagici in farine e oli destinati all’alimentazione animale nei Paesi del Nord globale minacciano l’approvvigionamento di prodotti ittici ai mercati locali del Senegal con conseguenze sulla sicurezza alimentare e sull’occupazione.
Ousman Banjul – Gambia – video autoprodotti dai pescatori
Achille Mbembe ha scritto recentemente: “Nous entrons dans une période sombre de l’histoire générale de l’humanité. Partout dans le monde, y compris dans les vieux pays d’Occident, on assiste au recul et à l’évidement de la démocratie, à l’émasculation des institutions multilatérales et à la destruction des formes de solidarité internationale. C’est le temps de la force et de la puissance réduites à leur plus simple expression, c’est-à-dire la capacité d’accaparement. C’est l’esprit du temps. Cette période risque de se traduire, en Afrique, par un formidable saccage des richesses naturelles et la destruction de quantités de vies humaines, comme on le voit aujourd’hui au Soudan, dans l’est de la RDC ou dans le couloir sahélien, où les massacres durent depuis des années. C’est une raison de plus pour soutenir les sociétés civiles, la montée en compétence des acteurs d’une citoyenneté élargie et les inventeurs d’autres modalités de vie en commun depuis les territoires. C’est pour cela qu’il est important de s’engager et de créer de nouvelles coalitions sociales avec les femmes, les jeunes, les intellectuels, les activistes. Voilà la grande lutte des idées en cours en Afrique. Elle oppose les souverainistes, qui croient en la force de la force, et les coalitions sociales, qui aspirent à une démocratie substantive sur le continent en pariant non sur la brutalité mais sur l’intelligence collective des Africains”.
Liberare la parola:
Abbiamo incontrato esponenti del femminismo contemporaneo senegalese, con uno sguardo orientato a cogliere l’articolazione delle rivendicazioni femministe nel campo di tensione tra norme religiose islamiche, strutture familiari e influenze globali. Lungi dall’aderire a modelli universalisti, le femministe senegalesi sviluppano strategie negoziali che mirano a riformulare i rapporti di genere dall’interno del contesto socio-culturale, valorizzando al contempo dimensioni relazionali quali la famiglia e la comunità. In questo quadro, il femminismo emerge come pratica situata, capace di coniugare istanze di giustizia sociale, diritti legali e riconoscimento economico. Parallelamente, il tema dell’omosessualità rivela le ambivalenze del contesto senegalese: criminalizzata a livello giuridico e stigmatizzata socialmente, essa costituisce tuttavia un ambito in cui da una parte si intrecciano eredità coloniali, politiche contemporanee e pratiche quotidiane di negoziazione dell’identità, dall’altra viene giudicata come elemento della diffusione dei “costumi occidentali”, ritenuti estranei al contesto africano. Le posizioni femministe su tali questioni risultano eterogenee, oscillando tra aperture intersezionali e forme di cautela o distanza.